Ars gratia artis

ITA: (English below)

Spesso mi chiedono perché non vendo i miei lavori, perché non monetizzo le infinite ore dedicate a questa passione.


Questa domanda mi lascia sempre un po’  perplessa e mi fa dubitare di stare sprecando il mio tempo. Non nego che spesso mi mette anche in discussione e mi fa sentire ridicola.


Ogni volta mi chiedo: davvero è così strano  che io scelga di investire così tanto tempo in un’attività che non porta alcun guadagno?


In un mondo ossessionato dal profitto, dove il valore di una persona viene misurato dai guadagni o dal numero di followers sui social –  simili alle ‘anime morte’ di Gogol, spesso vuoti e inautentici – , l’idea di coltivare una passione senza un fine economico può apparire quasi eretica.


Eppure, ogni volta che inizio un nuovo progetto, solo per il piacere di farlo, compio un piccolo atto di resistenza.

Nessuno chiede a un bambino perché disegni, quale sia il suo scopo. Perché per un adulto dovrebbe essere diverso? A che punto smettiamo di fare qualcosa solo perché ci rende felici, perché ci diverte?


Ora, non voglio sembrare ipocrita: sarebbe meraviglioso guadagnare facendo ciò che amo. Non è che non ci abbia pensato. Tuttavia, il lavoro a maglia è così lento che un ritorno economico significativo risulta quasi irrealizzabile.
C’è chi ci riesce, è vero. Ma è spesso chi dispone di un “materasso” finanziario e che ha la libertà di rischiare, di investire in un’attività creativa e di aspettare i risultati nel tempo, senza la pressione di un guadagno immediato.


Produrre cappellini in serie?   venderli online o ai mercatini di Natale?  Probabilmente guadagnerei qualche soldo, ma a quale prezzo? A prezzo della mia gioia, della mia libertà creativa.


La soddisfazione che traggo dal lavoro a maglia  non si limita al prodotto finito. No, anzi!  Risiede nello stupore che provo quando realizzo  che il progetto che avevo in mente sta prendendo forma in un modo del tutto inaspettato.  È il piacere tattile di sentire i filati tra le dita: la morbidezza della lana con  la sua delicata elasticità;   la rigidità del lino con la sua compostezza testarda; la scivolosità setosa del bamboo che sfugge dalle dita. E poi c’è il  gusto visivo di accostare dei colori che forse, alla fin fine,  non mi doneranno particolarmente.


Il piacere che provo nel lavorare a maglia è del tutto disinteressato.


A cosa serve, dunque? A me! A farmi star bene. Tutto qui. Non c’è bisogno di dare una ragione più profonda. Cosa ci guadagno, dunque? Nulla, se non benessere mentale. 


Indosso ciò che produco, e i miei capi portano con sé i ricordi dei momenti trascorsi nella loro realizzazione, mi raccontano una storia, la mia storia.


“Il mio mestiere e la mia arte è vivere” Michel de Montaigne

ENG:

Often, I’m asked why I don’t sell my work, why I don’t monetise the countless hours dedicated to this passion.


This question always leaves me a little perplexed and makes me doubt whether I’m wasting my time. I won’t deny that it often makes me question myself and feel ridiculous.


Every time, I wonder: is it really so strange that I choose to invest so much time in an activity that brings no financial gain?


In a world obsessed with profit, where a person’s worth is measured by earnings or the number of social media followers—akin to Gogol’s ‘dead souls,’ often empty and inauthentic—the idea of cultivating a passion without an economic purpose can seem almost heretical.


Yet, every time I start a new project, simply for the pleasure of it, I perform a small act of resistance.

No one asks a child why they draw, what their purpose is. Why should it be different for an adult? At what point do we stop doing something just because it makes us happy, because it amuses us?


Now, I don’t want to sound hypocritical: it would be wonderful to earn money doing what I love. It’s not that I haven’t thought about it. However, knitting is so slow that a significant financial return is almost unachievable.


Some people manage it, it’s true. But it’s often those who have a financial ‘cushion’ and the freedom to take risks, to invest in a creative activity and wait for results over time, without the pressure of immediate earnings.


Producing mass-made beanies? Selling them online or at Christmas markets? I’d probably make some money, but at what cost? At the cost of my joy, my creative freedom.


The satisfaction I derive from knitting isn’t limited to the finished product. No, quite the opposite! It resides in the wonder I feel when I realise that the project I had in mind is taking shape in a completely unexpected way. It’s the tactile pleasure of feeling the yarns between my fingers: the softness of wool with its delicate elasticity; the rigidity of linen with its stubborn composure; the silky slipperiness of bamboo that escapes my grasp. And then there’s the visual delight of juxtaposing colours that, perhaps, won’t particularly suit me in the end.


The pleasure I experience in knitting is entirely disinterested.
What purpose does it serve, then? Me! To make me feel good. That’s all. There’s no need to give a deeper reason. What do I gain, then? Nothing, except mental well-being.


I wear what I produce, and my garments carry with them the memories of the moments spent creating them, they tell a story, my story.


‘My trade and art is to live’ – Michel de Montaigne.

Pubblicato da Le Ragazze del Gomitolo

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